Museo Francesco Gonzaga


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Antico_busto_Antonino

Anteprima Museo

Pier Jacopo Alari Bonacolsi, detto l'Antico
(Mantova. 1460 circa - 1528)
Busto di Antonino Pio
1497 / 1498 - 1511
Bronzo fuso. argento. rame e gesso dorato,
Proveniente dal Seminario Vescovile di Mantova

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, manca il prototipo antico da cui deve essere partito l'Antico per ricavare il suo esemplare. Ann Allison e Klaus Fittschen, infatti, non hanno saputo rintracciare l'opera di riferimento che sicuramente dovette esserci, poiché risulta inimmaginabile un manufatto dell'artista senza il supporto figurativo esercitato da un modello classico. La AlÌison ha sottolineato nel ritratto un'aura che l'apparenta alla testina del Meleagro. un bronzetto conservato al Victoria and Albert Museum di Londra (cat. n. IV.3). Ma questi. con la sua barbetta e con i baffi, sembra discendere più dal tipo del "barbaro", la cui sottile interpretazione ha finito per dotarlo della grazia più risentita. Al contrario, il cosiddetto Antonino Pio potrebbe trovare un suo corrispettivo nella testa di un filosofo, a causa dei capelli e della barba. Tuttavia, nella serie dei dodici grandi romani che rientravano nel progetto voluto da Ercole I per la decorazione del poggiolo maggiore al fine di abbellire la torre del Rigobello a Ferrara, in occasione delle sue nozze con Eleonora d'Aragona, il profilo di Antonino Pio (che i documenti danno a Gregorio di Lorenzo) non risulta essere troppo distante, coi suoi tratti, con la sua barba, dall'effige elaborata dall'Antico per la sua testa. Nel manufatto l'elaborazione da un prototipo antico è così complessa, avvenendo nella insistita declinazione dei riccioli, nella loro artefatta disposizione come combinassero un profondo vello dalle ciocche involute, che sembra ripetersi, nel bronzo, il miracolo, già realizzato nel marmo da Nanni di Banco nelle sue teste dei Santi Quattro Coronati in Orsanmichele a Firenze: i prototipi antichi davano l'abbrivo, promuovendo il manufatto, nobilitandolo.
Anche per questa statua, Allison crede di trovarsi dì fronte ad un frammento ascrivibile alla sola testa tratta a tale convincimento da una rottura cospicua sita alla radice del collo. Ma tale convincimento non è condivisibile, configurandosi quella lacuna, presumibilmente strutturale, come un danno impossibile a datarsi allo stato attuale delle nostre conoscenze. Nella testa sembra rispecchiarsi il riflesso luminoso restituito dall'espressione "
qualche antiqua gentilezza de l'arte fuxoria" appartenente al trattato di Giannantonio Porcellio de' Pandoni, che se ne serve per introdurre la storia dell'arte tracciata da Plinio, nel rivolgersi al suo interlocutore, un "Antonio", che è stato identificato in Antonio Averlino detto il Filarete. desideroso di approfondire i segreti dell'arte fusoria.
Fra i riccioli della testa sono riscontrabili i segni dei chiodi distanziatori. Negli occhi la lamina d'argento presenta la pupilla resa con la figura della "'pelta". La patina è impoverita e nel volto è stata asportata, forse a causa di un'incauta pulitura eseguita per accertarsi della natura della materia costitutiva. Il petto dell'Antonino Pio va ritenuto uno del più belli dell'intera serie, a dispetto dell'ingessatura e dello scialbo stesi per coprire l'oro ammalorato e perso, riesce ancora a trasparire la precisione, la finezza del modellato. Sembrano tradursi con grande abilità. ridotti alla terza dimensione, modelli che Gian Cristoforo Romano aveva importato a Mantova, orientando autorevomente il gusto e la moda dominanti presso la corte. Il riscontro puntuale del passaggio da uno schema grafico ad una proposizione volumetrica si attua pienamente nella testa deÌla Medusa. soprattutto nello squisito attorcersi delle serpi sul capo del mostro.
Allison immagina una datazione anteriore aI Giulio Cesare calvo (cat. n. III.4); precisamente situabile a partire dal 1505 poiché, come in quest'ultimo, è ravvisabile nel manufatto, secondo la studiosa. un affievolirsi dell'influenza del Mantegna. Clifford Brown ha d'altra parte sottolineato che non va trascurata l'ipotesi che le teste possano essere una committenza del cardinale Sigismondo Gonzaga (dal 1505 al 1525), in quanto promotore del restauro del Palazzo Vescovile, arricchito dalla sua raccolta di antichità, mentre l'edificio, sì potrebbe aggiungere, venne pochissimo abitato dal vescovo eletto Ludovico.
La foto che correda la scheda dell'opera, a firma di Anthony Radcliffe, nel catalogo della famosa mostra "Splendours of the Gonzaga", è l'unica che documenta anche il peduccio, prima della sua scoperta critica nell'occasione di questa mostra.

Filippo Trevisani


Rif. Bibliografici: Filippo Trevisani e Davide Gasparotto (a cura di) Bonacolsi l'Antico. Electa, Verona 2008. Scheda n. III.5 del catalogo della mostra tenutasi nell'appartamento di Isabella d'Este in Corte Vecchia nel Palazzo Ducale di Mantova dal 13 settembre 2008 al 6 gennaio 2009.


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