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GIANLUIGI BRANCACCIO
Archetipi della pittura
dal 10 luglio al 28 agosto 2011
mostra a cura di Domenico Montalto
Da sempre l'opera di Gianluigi Brancaccio insegue un metaconcetto dell'arte e della figurazione, postula una sorta di eden dell'immagine in cui la forza della pittura viene a coincidere col candore fanciullesco di uno sguardo portato al segreto intimo, dionisiaco, della vita.
Brancaccio è autore di profonda e sostanziata cultura, di importanti frequentazioni. I suoi dipinti e le sue grafiche - aspetti diversi e peculiari di un unico, felice e ininterrotto "clima" creativo - rivestono di forme attuali e suggestivamente singolari il verbo più eminente del moderno, ovvero quell'arcaismo, quell'ispirazione primitivista che consentì a Modigliani, Picasso, Matisse, Léger, Marino, Wotruba, Moore, Zadkine di fondare un'idea nuova del visibile, sconvolgendo irreversibilmente i canoni convenzionali del classicismo e del naturalismo.
I palesi modelli di riferimento della pittura etrusca, dell'arte nativa dell'Africa Nera, del Cubismo, dell'Ecole de Paris, del Gruppo Cobra vengono metabolizzati nell'opera del maestro ligure in un linguaggio autonomo potente, icastico, allucinatorio, quasi una sintesi visuale, inedita e smagliante, dei grandi portati non solo dell'immaginario della prima metà del XX secolo, ma della psiche universale.
Quella di Brancaccio, gran disegnatore, è una pittura ideoplastica e visionaria, caratterizzata dal piacere della linea solenne, sinuosa, danzante, del cromatismo timbrico (neri su rossi, gialli acidi, ocra caldissimi, arancioni compatti e blu profondi), della materia aspra e tattile. Il suo è un repertorio di corpi muliebri che occupano l'intera composizione, vasti come paesaggi e architetture, di matrone e di Giunoni opulente e accidiose in posture pigre o per contro acrobatiche, contorte, di giocolieri, di icari e di maschere, di angeli e di demoni dalle anatomie dinoccolate e massive, di odalische semplificate a pure silhouettes di colore. Insomma un'umanità primigenia e titanica, evocata con ductus pittorico sensuale, saturo di passionalità, nonché di ebrezza, ardore, estasi, rapimento, carnalità.
Il nudo femminile, il paesaggio, la danza: Brancaccio rivisita e ripropone alcuni archetipi centrali del novecentismo, reinterpretati con furore creativo e plenitudine di sentimento. Per Brancaccio, l'archetipo assolve alla medesima funzione filosofica originariamente attribuita alla parola da Filone di Alessandria, ovvero l'indicare forme preesistenti e depositate nel pensiero umano; funzione poi ereditata dall'idea platonica e quindi dalla psicoanalisi junghiana, secondo la quale l'inconscio collettivo è costituito da informazioni universali, impersonali, innate, ereditarie, chiamate appunto archetipi, che ci trasmettiamo di generazione in generazione in virtù dell'appartenenza d'ogni singolo individuo a una collettività simbolica.
Sempre secondo Jung, ogni individuo si rapporta con un archetipo femminile dominante che abita nel suo inconscio. E le emozioni, i vissuti, le pulsioni creative vengono riassunte in un prototipo universale, detto anche Urtümliches Bild, "immagine primaria".
Ecco: i quadri di Brancaccio sono immagini primarie della donna, del sesso, della natura, e perciò della nostre comuni origini, del nostro habitat sacro. Per questo la sua arte spicca singolare, mirabile, nella melassa mediatica di una cultura contemporanea fatta di mode transeunti, di pensieri deboli, di intellettualismi sotto vuoto, di performances che sono il catalogo della banalità, di "prodotti artistici" omologati, di valori volatili.
Nella millenaria vicenda dell'arte occidentale, ogni contemporaneità, ogni epoca, ogni epoké, ha avuto il proprio culto del passato, il proprio archetipo. Su questa poetica sutura fra contemporaneità e passato, fra kronos e archetipìa si attesta l'arte di Brancaccio, con la sua inconfondibile pittura materica, concisa, scultorea, che presenta un'iconografia avvogente aprendoci finestre sui territori del mito. I suoi sono significanti e significati densi, forti, autorevoli, sono suggestioni di un cosmo mitico-religioso trasformato in icone taglienti, ieratiche, telluriche.
Con la sua iconografia, spesso ritagliata su sfondi chiari o neutri, Brancaccio compie una salutare operazione concettuale, indirizzando verso finalità "alte", nobili, la nostra innata e umana attitudine a guardare e a godere della bellezza; attitudine degradata - nell'odierna società massmediatica - a patologico voyerismo, il voyerismo senza costrutto tipico del reality show.
Nella gioiosa morfologia dei suoi quadri, l'artista si misura con l'enigma del tempo e con la condizione del presente, del nostro presente di figli della cultura tecnologica, laicizzata, che pare aver smarrito la dimensione della sacralità. Ridestando mitologie, simbologie, visioni, personaggi e racconti epici insediati nella memoria e nell'inconscio collettivi, Brancaccio realizza i propri soggetti a lenta incubazione, risignificando sulla tela e sulla carta il deposito cognitivo della modernità in un processo figurativo semplificato, diretto, fatto di vivide bambocciate che ci regalano una nuova, meravigliosa chiave d'accesso agli ancestrali misteri dell'essere.
Domenico Montalto