Menu principale:
Messale di Barbara di Brandeburgo
manoscritto su pergamena
Capitolo della Cattedrale di Mantova
GIOVANNI BELBELLO DA PAVIA
Pavia, documentato dal 1442, al 1467
GEROLAMO CORRADI DA CREMONA
Mantova (?), documentato dal 1459 al 1483
e altri
Questo codice è noto come Messale di Barbara di Brandeburgo perché le sole insegne araldiche presenti sono quelle della moglie del marchese di Mantova Ludovico Gonzaga (f. 204v). Il codice nasce tuttavia, intorno al 1442, per il protonotario Gian Lucido Gonzaga, promotore di un'impresa che non vedrà conclusa; alla sua morte, nel 1448, passa verosimilmente a Paola Malatesta e a Barbara di Brandeburgo, la quale porta verso il 1465 a compimento il lavoro. Le miniature riflettono in maniera esemplare il mutamento di gusto avvenuto intorno alla metà del secolo nella Mantova dei Gonzaga.
Il manoscritto rimane in casa Gonzaga fino a che il cardinale Ercole, nel 1554, lo dona al Duomo di Mantova… Sarà Pietro Toesca ad accostare il miniatore tardogotico all'Offiziolo Visconti (oggi alla Biblioteca Nazionale di Firenze), suggerendo il nome di Belbello da Pavia, e ad avanzare un riferimento a Liberale da Verona per le miniature rinascimentali. Con i successivi interventi il problema si avvia a una soluzione: Guglielmo Pacchioni (1915) associa al Messale una serie di documenti, conferma quindi grazie a carte d'archivio la presenza di Belbello e identifica l'altro artista con Gerolamo da Cremona; Giuseppe Gerola (1917) riconosce lo stemma di Barbara.
Belbello inizia nel 1442 circa a lavorare al manoscritto, la cui redazione è conclusa da Pietro Paolo Marono entro il 1452; riprende verso il 1448-1450 per Paola Malatesta e ancora nel 1459-1461 per Barbara, ma proprio sul finire del 1461 è sollevato dall'incarico, con una lettera nella quale la marchesa allude al suo sostituto, un "zovene di questa terra el quale minia molto bene" noto a Mantegna, identificato con Gerolamo, anche se incuriosisce vederlo menzionato in maniera così vaga, poiché aveva già preso parte alle miniature della Bibbia di Borso d'Este…
Il passaggio tra i due miniatori è una netta cesura di gusto e di cultura. Belbello aveva dispiegato uno straordinario repertorio di astrazioni calligrafiche e di raffinatezze ornamentali, come dorature a conchiglia su lamina dorata o figure rilevate dal fondo solo con tratteggi dorati e argentati, ma aveva anche tentato un aggiornamento nella sua ultima fase. Gerolamo invece anima le sue scene in cornici modanate, pone i suoi Santi in paesaggi e interni prospetticamente coerenti, li veste di panni che cadono a piombo: la miniatura che maggiormente si accosta al Mantegna, l'Adorazione dei pastori al f. 18v (che cita in controparte la Madonna con il Bambino dell'Adorazione di New York), è assegnata a un suo collaboratore…
STEFANO L'OCCASO
(tratto dal catalogo della mostra ospitata al Museo del Louvre dal 26 settembre 2008 al 5 gennaio 2009 Mantegna 1431-1506,Officina libraria, Milano 2008)
BELBELLO DA PAVIA
Il primo miniatore cui viene affidata la responsabilità dell'impresa del Messale è Giovanni Belbello da Pavia che in quest'opera dà un'ampia misura della sua maniera e dell'evoluzione della stessa. Le diverse fasi di composizione delle miniature, nell'arco di un periodo compreso tra il 1442 e la fine del 1461, forniscono una chiarificatrice testimonianza dell'arte del miniatore pavese, strettamente ancorato ad una propria cultura figurativa, di gusto e di stile decisamente lombardi. Quando Belbello risponde alla committenza di Gianlucido Gonzaga, aveva già avuto modo di affinare la propria formazione… La sua impronta rimane originalissima: i suoi personaggi, certi volti fortemente marcati, la gamma cromatica accesa o di forti contrasti si accompagnano ad una straordinaria commistione di evanescenza, di fiaba e di prepotente realismo... La stretta aderenza al testo evangelico conduce, a volte, ad una serrata essenzialità nella proposta di una forte intensità tematica ma, a volte, la stessa programmata aderenza si dilata in una atmosfera che sfuma nell'irrealtà dei fondali o degli ambienti. La concitazione espressionistica di certi volti si compensa con la dolcezza o con il perfezionismo di altri; su tutto si impone sempre l'incontro del divino con l'umano, con uno scrutamento empirico che non distoglie dall'essenza concettuale… La sapienza coloristica di Belbello si espande dagli effetti di trasparenza dei disegni a penna sotto la foglia dell'oro, all'oro bulinato o ai leggeri graffiti impressi sull'oro; l'oro diventa elemento mediatore, simbolicamente espressivo del divino. Il trascolorare del colore, il mescere lumeggiature d'oro su tratti naturalistici, la forte accensione dei contrasti o gli impalpabili cangiantismi rendono eteree le figure o le rinvigoriscono di gonfi e possenti volumi… (Nel) primo periodo di attività nel Messale, classificabile all'incirca tra il 1442 e il 1450... il mondo di Belbello resta sostanzialmente tardo-gotico: eppure, nel passaggio dalla Strage degli Innocenti (c. 26r) alla Purificazione di Maria (c. 264r) si nota una costruzione diversa delle figure e del loro porsi nello spazio in una direzione senz'altro più evoluta… Il San Pietro del Messale denota una fase più avanzata, tra il 1445 e il 1450, per la costruzione più scultorea della figura, pur nel permanere dello splendido, comune fondo dorato fatto di lussureggianti alberi e degli immancabili steccati a graticcio. I piatti fondali decorati lasciano via via spazio ad ambienti interni ed esterni che, pur nella riproposizione di talune costanti, dimostrano l'istanza nel creare una profondità, mai pienamente raggiunta. La dislocazione delle figure, spesso a nuclei secondo la maniera del gotico, trova esemplificativi riscontri nel Gesù tra i dottori alla c. 28v, nel "Te igitur" alla c. 183r, nel Battesimo di Gesù alla c. 29v, nell'Ingresso a Gerusalemme alla c. 98r, nella Resurrezione alla c. 190r o nella Decollazione del Battista alla c. 302r... Nell'approccio con lo spazio di Belbello emergono i fondali paesaggistici di affascinante suggestione con le montagne aguzze, gli elementi turriti o castellari, più o meno rimandati ad un magico lontano, gli steccati con graticci sempre presenti nel verde o nell'oro, gli alberi da quelli più lussureggianti a quelli più esili in bilico sugli scoscesi pendii. Questo mondo soffuso di un'atmosfera un po' magica e un po' onirica ben si adatta, ad esempio, alla celebrazione del San Giorgio alla c. 270v in cui il fiabesco permea il reale del cavaliere vittorioso in una sicurezza compositiva di evidente maturità… Dopo Gianlucido Gonzaga e dopo Paola Malatesta Gonzaga, Belbello doveva far corrispondere il proprio operato al gradimento di Ludovico e di Barbara di Brandeburgo Gonzaga. E sarà proprio quest'ultima a giudicare la sua arte non più in linea con il prestigio della famiglia… Lo spessore qualificante che riesce ad imprimere all'Assunzione di Maria, c. 299r, al San Mattia, c. 267r, all'Annunciazione, c. 269v (e queste due ultime completano un quaterno probabilmente lasciato interrotto nel 1450) e alla Pentecoste, c. 209r, è forse l'estremo commisurarsi con un tempo ormai diverso, con istanze figurative in cui egli ancora non riesce o non vuole penetrare… Mentre all'inizio degli anni `40 Belbello, pur nella sua singolarità, manifestava un qualche collegamento con il proprio tempo, ora, nel 1460, il divario appariva quasi insormontabile. Non si dimentichi poi che proprio nel 1460 Andrea Mantegna risulta ormai stabile a Mantova. La sua competenza estetica, gli effetti della sua opera, forse anche la sua conoscenza dell'arte del minio devono certo aver influito sulla decisione della committenza a troncare i rapporti con Belbello per far terminare l'opera secondo un gusto più consono ai tempi.
(tratto da Giuse Pastore e Giancarlo Manzoli Il Messale di Barbara, Fasoli, Verona 2008)
GIROLAMO DA CREMONA
Rimandando allo studio di Brown per quanto concerne la loro attività di pittori, preme ancora una volta evidenziare l'appartenenza di Girolamo da Cremona ad una famiglia di artisti, di pittori operanti a Mantova alla corte dei Gonzaga per circa un secolo… Le miniature che raffigurano la Crocifissione, l'Ascensione e la Natività del Battista, ma anche il San Martino in cattedra... enunciano che Girolamo è ormai passato attraverso l'esperienza del Mantegna, ha conosciuto direttamente e non superficialmente l'opera del maestro, già presente a Mantova per la decorazione della cappella in Castello. L'adesione al fare del Mantegna non è più una ripetizione formale di modi o schemi desunti dalla sua lezione; è invece il risultato di un approfondimento meditato e rielaborato che ha portato a sconvolgere la visione statica, l'immobilità piena di luce nella assunzione di una forma viva che si propone in una articolata e plastica crescenza. Nell'arte di Girolamo, il taglio monumentale e l'austerità classica delle figure insieme alla costruzione prospettica si fanno più vigorosi proprio dopo la conoscenza diretta del Trittico del Mantegna… Se si pensa che l'incarico conferito da Barbara Brandeburgo Gonzaga, è annunciato nella lettera del 10 novembre 1461, è ragionevole supporre che Girolamo possa aver iniziato la sua opera nel dicembre del 1461 o nel gennaio 1462, anche per il fatto che a metà novembre del 1461 alcuni quaterni dovevano ancora essere spediti da Pavia a Mantova. Nel 1468, o al più tardi nel 1470, Girolamo doveva già essere attivo a Siena… Le probanti analogie stilistiche… permettono di supporre fondatamente che, proprio nell'ambiente ferrarese e nel composito concorso di miniatori nella Bibbia di Borso d'Este, Girolamo abbia affinato la propria arte così da fornire una fondata garanzia a Barbara Gonzaga… Per queste considerazioni, il ragionamento mi conduce ad ipotizzare un primo momento formativo proprio a Padova dove dal 1448 Nicolò Pizolo e Andrea Mantegna erano impegnati nella decorazione a fresco della cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani… dove nel 1450 Donatello aveva già completato l'altare della Basilica dedicata a Sant'Antonio con spirito improntato ad una libera naturalità. Senza questo primo periodo formativo a Padova non si spiegherebbero certi fatti presenti nelle miniature di Ferrara e successivamente nel Messale di Mantova; certo anche l'ambiente ferrarese deve aver affinato la cultura di Girolamo per presenze altamente qualificate, e in periodi diversi, del Mantegna, di Piero della Francesca per non dimenticare Belbello da Pavia nella Bibbia per Niccolò III. La sicura padronanza della prospettiva anche nelle ambientazioni di interni, le pareti a mattoncini, l'accorgimento di rialzare il piano di scena, la piena compostezza delle figure paludate coi vestimenti classici, il gusto quasi geologico delle rocce, le falcature dei panneggi che quasi incollano le vesti alle gambe possono essere pervenuti nelle miniature della Bibbia Estense solo dopo Padova… Tutto questo amalgama di cultura figurativa sia pure letta "a prestito" ha portato Girolamo a sostituire Belbello nel Messale dei Gonzaga. E nelle prime miniature del Messale rimane il paesaggio collinare addolcito da caldi e luminosi colori, da tagli arrotondati e poco aguzzi, da una vegetazione varia, a ciuffi o ad alberelli dalle chiome rade e rimangono i sassi sparsi per terra (cfr. il Martirio di San Giacomo, Cappella Ovetari, Padova). Sono prestiti superficiali che, nella sicura padronanza dell'impianto costruttivo, per lo più semplificato, sottolineano la statuaria fissità delle figure, isolate, a coppia, o a gruppo come in Tutti i Santi. La predominanza assegnata alla figura umana non distoglie dall'instaurare riferimenti e connessioni con l'ambiente interno sempre osservato con lenticolare puntigliosità, con un gusto del dettaglio evocante voci fiamminghe. Salvo che l'evento da raffigurare non richieda necessariamente una impronta dinamica (cfr. La conversione di San Paolo), Girolamo preferisce cogliere il personaggio in una posizione di staticità. Le cromie luminose e ben definite delle vesti in cui la gamma cromatica dei gialli, dei rossi, dei verdi, dei blu è resa in modo smagliante, si accompagnano ai cieli albeggianti per cui ogni miniatura riesce a trasmettere una luminosità limpida e ariosa.
(tratto da Giuse Pastore e Giancarlo Manzoli Il Messale di Barbara, Fasoli, Verona 2008)