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Anteprima Museo
Andrea Jori
Crocifissione
Terracotta, 1997
Andrea Iori nasce a Mantova nel 1953 ed inizia la carriera artistica a metà degli anni '60. La gran parte delle opere da lui prodotte nei primi anni della sua attività sono andate perdute perché facilmente deperibili, data l'estrema sperimentazione che le caratterizzava. Poco conosciute, perché raramente esposte, anche le opere informali degli anni '80. Molto più celebri sono le sculture in terracotta e in bronzo: un insieme equilibrato di raffinatezza compositiva classica interpretata in chiave aspra ed arcaica.
La "Crocifissione" esposta al Museo, eseguita nel 1997, è una grande scena tragica, in cui predomina la disgregazione del canone formale. Lo scultore lascia trasparire il dolore e la morte riducendo le figure a brandelli senza risparmiare neppure il paesaggio ed il cielo che vengono segnati da profondi solchi. La prima impressione è quella dell'esplosione della forma. Esplosione che fa appello alla necessità della distanza: solo indietreggiando dall'oggetto d'arte lo si può comprendere. L'artista pare così offrire una corrispondenza estetica agli esiti della filosofia della conoscenza: l'oggetto ci è dato nella sua frammentarietà, nell'incompletezza e nel non-senso, solo l'occhio dell'osservatore, ovvero la facoltà intellettiva del soggetto, è in grado di ordinare la realtà ed apportare ad essa un senso. Al di là dell'interpretazione gnoseologica, potentissima rimane la suggestione teologica: azzeccata è infatti la disgregazione della forma per affrontare il tema della morte. Il concilio lateranense IV affermava, seguendo Aristotele, che "anima rationalis est forma corporis", dunque separandosi l'anima dal corpo per effetto della morte, viene meno la forma stessa. Il venir meno della forma, nel corpo dell'opera d'arte, è per converso l'emergere della potenzialità della materia.
La forma si è frantumata e disgregata come alla morte del Signore si strappò il velo del tempio; la terracotta pare aprirsi in solchi e crepe profonde come si aprirono i sepolcri. (cfr. Mt 27,51-52a): "Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono". Una chiave interpretativa della figura così lacerata e strappata, che potremmo chiamare cosmica, la troviamo in San Paolo: (cfr. Rm 8, 18-22) "Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi… Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto". La materia, infatti, sembra nascondere un gemito inesprimibile di dolore, una com-passione, che si trova in perfetto accordo con l'angoscia delle pie donne e con la sofferenza di Dio fatto Uomo. E' questa una partecipazione del cosmo e della natura, ma anche dello stesso artista, alla Passione di Cristo che prepara però il momento della Resurrezione. Andrea Jori presta infatti le fattezze del proprio volto a Gesù. Infatti, come gli astanti di allora sul Calvario non avevano compreso bene cosa in quel momento stesse accadendo, così noi osservatori dinanzi all'opera di Iori vediamo solo brandelli dilacerati e tragici dell'evento rappresentato. E come la riflessione sul mistero della Morte, in seguito alla Resurrezione, consentì, nella fede, la comprensione di quel grande evento, così noi osservatori con uno sguardo lontano dall'opera vediamo ricomporsi e prendere senso ed ordine quegli elementi che, ad uno sguardo troppo vicino, parevano fra loro slegati.
Così sull'arte di Iori si espresse il cardinale Spidlik: "In questo aspetto tragico dell'opera di Iori, mi piace sottolineare un altro aspetto: l'uso sofferto della materia. Oserei dire che la perla principale di questo artista è il continuo gioco tra la materia come presenza e materia come luogo di assenza (i vuoti, gli strappi, gli incavi...). Questo vuoto della materia è una sorta di punto di indagine dello scultore. È come se la materia ad un certo punto venisse mangiata, fosse corrotta da qualcosa, da una certa mancanza, esprimendo che così da sola non riesce ad essere sufficiente. La scienza moderna ci rende presente il problema del rapporto tra la materia e l'energia, intesa come principio vitale. Infatti, nella modernità, la creazione è stata sempre più considerata e resa una realtà morta, un oggetto da studiare ed usare, mentre la teologia ci ricorda che il principio vitale nel creato è il Logos per mezzo del quale il mondo è stato fatto. Se si apre la materia, se si dischiude la pietra, il metallo, si deve trovare in essa il codice del Verbo, del Logos. Si deve cioè trovare scritto nella materia stessa l'orientamento della materia, la direzione del movimento che ha preso il creato. Anche la materia plasmata cerca questo orientamento, senza il quale si corrompe. I vuoti, gli strappi, le assenze in questo gioco materico di Iori possono essere intesi come una sorta di epiclesi, di invocazione allo Spirito che è Spirito vivificante, principio vitale, affinché la materia si muova verso l'uomo, entri nel corpo, dato che il corpo è portatore dello Spirito, partecipa pertanto all'amore di Dio. Con ciò anch'essa può essere assorbita dall'amore e dunque ha la possibilità della resurrezione e della vita eterna."
Bruno Cavallaro