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Giuseppe Bazzani (1690 - 1769)
Deposizione, c. 1740
Giuseppe Bazzani nacque a Mantova nel 1690 ed assistette, appena diciassettenne, alla fuga a Venezia di Ferdinando Carlo, ultimo duca: era il triste epilogo di quasi quattro secoli di fasti gonzagheschi. Mantova, da capitale, passava definitivamente, dopo l'opaca parentesi dei Gonzaga-Nevers, a provincia dell'Impero asburgico. Anche il genio di Giuseppe Bazzani restò indissolubilmente legato alla nuova dimensione della città: egli rimase sempre un artista locale. Forse proprio per questo solo da pochi decenni è considerato uno dei più grandi pittori del Settecento italiano, ricuperato dopo secoli di oblio e indifferenza. In una città rimasta priva di una corte, orfana dei Gonzaga, e depredata dei suoi tesori, unica grande committente rimaneva la Chiesa: la maggior parte del corpus pittorico del maestro annovera infatti soggetti sacri, disseminati tra i numerosi edifici religiosi mantovani. Nel 1752 Bazzani divenne professore presso l'Accademia delle Belle Arti e nel 1767, fu promosso direttore della stessa, succedendo al Cadioli, soltanto due anni prima di morire.
Il Museo Diocesano ospita la più nutrita collezione delle sue opere, tra le quali la Deposizione, proveniente dal Duomo di Mantova, dipinto di notevole forza drammatica che costituisce il prototipo di una serie di variazioni posteriori sullo stesso tema. La datazione sembra cadere nel decennio del 1740, tra la pala di Goito, la sua prima opera documentata del 1739 e le tele di Santa Maria della Carità. La critica ha concordemente indicato nella tela, una delle opere più intense e più ricche di colte evocazioni stilistiche da Rubens al Veronese, al Fetti (si vedano le mani giunte dell'apostolo Giovanni) che il mantovano abbia dipinto. Il motivo della composizione appare chiaramente riferibile, pur con le varianti suggerite dalla sensibilità del pittore, ad una tavola di Anton Van Dyck, datata 1634 e conservata all'Alte Pinakothek di Monaco e probabilmente diffusa da un'incisione, come dimostrerebbe il rovesciamento dell'opera mantovana rispetto al modello.
La scena è scandita dalle diagonali modulate sul legno della Croce. Essa pare tramutarsi e prolungarsi nel gruppo di figure al centro dell'opera, soprattutto nell'esanime corpo disteso di Cristo, accolto in grembo dalla madre, il cui volto è ritratto secondo lo stilema caratteristico delle figure dolenti del Bazzani. Anche i corpi della Maddalena, a sinistra, e dell'apostolo, a destra, seguono l'andamento dei bracci della croce stessa che diviene così il centro concettuale della riflessione dell'artista. Bazzani, anticipando tendenze future, condusse la sua arte ad un confine estremo, quasi di perdita della lucidità visiva. In primo luogo l'utilizzo della cenere nella preparazione dell'impasto pittorico consentiva l'oscuramento delle tinte cromatiche e del paesaggio quasi trasfigurando la realtà dei singoli elementi con la percezione dell'angoscia dell'uomo. In questo modo anch'egli percorreva la via che porta da Goya al surrealismo. Infine alcuni particolari, come i chiodi, quasi liquefatti o la mano di Cristo, contratta nel rigor mortis, sono emblemi incisivi della volontà di disgregazione della materia che presagisce l'avvento dell'arte informale.
Bruno Cavallaro
Chiara Rovesta
Riferimenti bibliografici: Chiara Tellini Perina, Giuseppe Bazzani, Firenze 1970; AA. VV., Tesori d'arte nella terra dei Gonzaga, Milano 1974; AA.VV., Mantova nel Settecento, Milano 1983; Flavio Caroli, Giuseppe Bazzani e la linea d'ombra dell'arte lombarda, Milano 1988